Adesso il Cav. non si fida più tanto della Lega sull’economia

A Palazzo Grazioli, al termine dell’ufficio di presidenza del Pdl di mercoledì scorso, tutti aspettavano un comunicato sulle decisioni prese, a cominciare da quella di “andare avanti” senza elezioni e di far cadere nel vuoto la missione al Quirinale di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi per chiedere le dimissioni del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Il testo, però, non è mai arrivato. Come riferiscono fonti attendibili, il Cav. non desiderava mettere nero su bianco il primo dissenso con la Lega.
4 AGO 20
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A Palazzo Grazioli, al termine dell’ufficio di presidenza del Pdl di mercoledì scorso, tutti aspettavano un comunicato sulle decisioni prese, a cominciare da quella di “andare avanti” senza elezioni e di far cadere nel vuoto la missione al Quirinale di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi per chiedere le dimissioni del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Il testo, però, non è mai arrivato. Come riferiscono fonti attendibili, il Cav. non desiderava mettere nero su bianco il primo dissenso con la Lega. Eppure una serie di malumori verso il Carroccio stanno sempre più affiorando, e non solo sulla gestione complessiva della crisi politica.

Nel pre-vertice del giorno prima
era stato Gianni Letta a sottolineare, in pubblico e con il Cav., due punti: l’eccessivo protagonismo dei rappresentanti leghisti nelle fondazioni bancarie, in particolare quelle azioniste dell’Unicredit, e gli ostacoli ai finanziamenti per Roma capitale, necessari alla giunta di Gianni Alemanno a gestire almeno il bilancio corrente. Oltre a una serie di punzecchiature su questioni minori, ma che stanno a cuore al sottosegretario alla presidenza del Consiglio: dalle Olimpiadi 2020 alla Formula uno all’Eur (concorrente del Gran premio di Monza), fino alle rinnovate lamentele verso la Festa del Cinema all’Auditorium, che secondo alcuni leghisti avrebbe quest’anno contribuito al successo non entusiasmante della mostra di Venezia. Il 9 settembre, nella riunione dei ministri pidiellini, sarebbero stati stati invece Franco Frattini e soprattutto Giancarlo Galan a farsi paladini della linea di disimpegno dalla “trazione leghista” del governo.

Del ministro dell’Agricoltura sono noti i dissensi con il governatore del Veneto Luca Zaia; ultimo episodio il blocco delle multe europee per le quote latte, fortemente sponsorizzato dalla Lega e contrastato da Galan. Frattini è nuovamente entrato nel merito delle fondazioni azioniste di Unicredit: il no alla crescita della presenza libica nel gruppo guidato dall’ad, Alessandro Profumo, rischiava di sconfessare gli accordi di portata ben più ampia appena conclusi con Muammar Gheddafi. Assente Giulio Tremonti, risulta che la faccenda stia provocando qualche malumore anche nel ministro dell’Economia, tradizionale paladino della Lega. I buoni rapporti con le fondazioni sono strategici nella politica di appeasement con le banche portata avanti con successo da Tremonti, e risultano indispensabili per la Cassa depositi e prestiti, sulla quale il ministro continua a puntare come strumento operativo per finanziare progetti senza ricorrere al bilancio pubblico. In particolare per il fondo per le piccole e medie imprese, appena varato.

Quanto al sud,
la supervisione sui fondi strutturali è stata spostata al Dipartimento per lo sviluppo creato a luglio e assegnato al ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto, in attesa che Berlusconi in persona chiarisca i dettagli del piano straordinario per il Mezzogiorno. Un progetto che il Cav. ha inserito nei cinque punti di rilancio del governo, sul quale intenderebbe mettere la propria firma, assieme a quello sulla libertà d’impresa. Fitto sostiene che è possibile utilizzare fino a 80 miliardi di giacenze, e ha finora invitato (garbatamente) la Lega a non fare polemiche, visto che diversamente i finanziamenti andrebbero persi. Così come a Palazzo Chigi si temono stentati consensi del Carroccio sull’attuazione della riforma dei servizi pubblici locali, con i leghisti a difesa degli assetti attuali delle ex municipalizzate.

Altro capitolo di tensioni striscianti è il ritorno al nucleare.
Il governatore leghista del Piemonte, Roberto Cota, aveva fatto ricorso contro l’installazione di centrali nella sua regione, ricorso poi ritirato; Zaia ha però mantenuto il proprio no: “Il Veneto ha già dato”. Un rifiuto che preoccupa non poco ambienti governativi, visto che nell’alto Adriatico dovrebbero ubicarsi uno o due siti. Ma ciò che secondo alcuni osservatori ha colpito Berlusconi è stata la fretta di Bossi nel chiedere le elezioni, che avrebbero avuto come conseguenza di far slittare i decreti attuativi del federalismo. Possibile che la Lega, pur di capitalizzare voti e una presa sempre maggiore degli enti locali, sacrifichi la propria missione storica? Stesso dubbio sollevato ieri sul quotidiano La Stampa dal sociologo Luca Ricolfi: “Ma la Lega è ancora federalista?”.